Stop Killing Games: l’incontro con la Commissione Europea è andato bene, ma la strada è ancora lunga

Stop Killing Games: l’incontro con la Commissione Europea è andato bene, ma la strada è ancora lunga

Aggiornamento importante su Stop Killing Games, l’iniziativa dei cittadini europei che mira a combattere la pratica di rendere inaccessibili i videogiochi quando gli editori decidono di chiuderne i server online.

Come anticipato, lo scorso 23 febbraio i rappresentanti del movimento si sono recati a Bruxelles per consegnare ufficialmente le 1.294.188 firme verificate alla Commissione Europea e per incontrare i membri del Parlamento. La delegazione comprendeva tra gli altri Ross Scott del canale YouTube Accursed Farms, fondatore dell’iniziativa, e Josh Strife Hayes, famoso creatore di contenuti dedicati agli MMO su YouTube.

Nell’ambito della visita si è tenuta anche una conferenza stampa presso il Parlamento Europeo. Secondo l’organizzatrice Moritz Katzner, l’incontro con la Commissione è andato “bene”: circa metà dei presenti si è mostrata completamente a favore dell’iniziativa, mentre l’altra metà ha sollevato dubbi sulla posizione giuridica della proposta, pur restando aperta al dialogo.

Il punto chiave emerso dall’incontro, come raccontato da Josh Strife Hayes in un’intervista a Eurogamer, è stato il superamento di una barriera culturale: molti politici, non essendo giocatori, partivano dall’idea che i videogiochi funzionassero ancora come ai tempi delle cartucce e non comprendevano il problema. Una volta spiegato loro che si tratta di una questione di tutela dei consumatori – ovvero che i giocatori vengono privati di prodotti acquistati attraverso contratti unilaterali che permettono alle aziende di revocare l’accesso in qualsiasi momento – l’atteggiamento è cambiato.

Ecco le parole di Hayes:

Abbiamo spiegato ai politici che questa è una questione di tutela dei consumatori molto più profonda. Quando hanno capito che le aziende si trovano in una posizione di enorme potere e che i consumatori vengono maltrattati, allora hanno iniziato a interessarsi davvero.

 

Inoltre, sempre secondo Hayes, uno degli aspetti più incoraggianti è che la questione si è rivelata bipartisan: parlamentari di tutti gli schieramenti politici si sono trovati d’accordo sul fatto che il problema riguarda tutti i consumatori europei, indipendentemente dall’orientamento politico. Un altro elemento importante è stato spiegare che Stop Killing Games non vuole essere un attacco all’industria videoludica, ma uno sforzo congiunto tra giocatori, sviluppatori e publisher per garantire che le opere videoludiche restino accessibili nel tempo. “Non è uno scontro, è uno sforzo unificato tra giocatori, sviluppatori e publisher per assicurarsi che l’arte resti disponibile per sempre”, ha spiegato Hayes.

Tuttavia l’organizzatrice Katzner ha ammesso che il percorso è ancora lungo: il movimento si trova “all’inizio” del processo per ottenere degli emendamenti al Digital Fairness Act, la normativa europea sull’equità digitale attualmente in fase di elaborazione, il cui testo è atteso entro la fine del 2026. Per questo Katzner ha invitato i cittadini europei a continuare a scrivere ai propri rappresentanti.

Infine Hayes ha sottolineato che, paradossalmente, la migliore arma di Stop Killing Games è il fatto che i giochi continuano a essere chiusi: ogni volta che un prodotto viene reso inaccessibile, qualcuno perde il proprio gioco preferito e il movimento torna al centro dell’attenzione. “Non ho mai giocato a Highguard. Non ho bisogno di giocarci per non volere che muoia. Qualcuno là fuori ama quel gioco. C’è del valore lì dentro”, ha concluso.

Ricordiamo che l’iniziativa Stop Killing Games era nata in seguito alla chiusura di titoli come The Crew e Anthem per chiedere alle aziende videoludiche di garantire ai giocatori il diritto di accedere ai giochi acquistati anche dopo la chiusura del supporto ufficiale, tramite versioni offline o server privati. Per chi volesse dare il proprio supporto, è possibile farlo dal sito ufficiale.

Se siete interesati potete recuperare il video integrale della conferenza stampa al Parlamento Europeo. Voi che ne pensate? Credete che Stop Killing Games riuscirà a ottenere risultati concreti?

 

Fonte 1, Fonte 2

 

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Per adesso vedo solo tanti problemi.
Se un’iniziativa del genere dovesse malauguratamente “passare”, ci sarebbe l’obbligo da parte dei produttori di videogiochi di fornire un servizio a vita per rendere i giochi, soprattutto quelli online, eterni.

Ciò si tradurrebbe in ulteriori costi di sviluppo e infrastrutture, che ricadrebbero sulle tasche dei giocatori perché non credo che le aziende faranno beneficienza, anzi, troverebbo la scusa per aumentare ulteriormente i profitti.

Le strade per rendere concreta questa iniziativa sono diverse, ma tutte poco realistiche:

1) Game as a service sempre online: il gioco magari è un F2P come tanti, ma se l’azienda non riesce più a sostenere i costi, la logica vorrebbe che chiuda i server. Invece non potrebbe farlo: obbligherebbe i pochi giocatori rimasti a pagare un abbonamento per mantenerli attivi? E se i costi diventassero troppo elevati mentre i giocatori diminuiscono sempre di più, chi si accollerebbe la spesa? Non certo i devs o l’azienda.

2) Trasformare il gioco in modalità offline: non sempre è possibile, soprattutto per quei giochi la cui community è basata sul numero di giocatori online.
Ciò comporterebbe tempi di sviluppo enormi, e chi li pagherebbe? I giocatori, magari con l’acquisto della “scatola” o con il prezzo raddoppiato o triplicato del prodotto, accompagnato da una scritta tipo: “A causa della nuova legge europea a tutela dei consumatori, siamo costretti a raddoppiare il prezzo dei nostri titoli per garantirvi che saranno giocabili offline una volta terminato il supporto online”.
Già mi viene da ridere.

3) Rilasciare i sorgenti così come sono e chiudere tutto: in questo caso spetterebbe a qualche “matto” rimettere in piedi un servizio online funzionante o peggio convertirlo offline.

4) Tornare indietro nel tempo di 30-40 anni e fare tutti i giochi SOLO offline, quando si installavano con i dischetti da 3″1/2 o tramite CD/DVD, ma così poi interverrebbe il problema dell’obsolescenza programmata in virtù della quale un gioco progettato per girare su un determinato sistema operativo e determinati requisiti hardware non funzionerebbe dopo tot anni perché non riceve nè patch nè aggiornamenti.

In ogni caso, non vedo soluzioni fattibili a breve e, se anche ci fossero, tutto ricadrebbe sui giocatori con un aumento considerevole dei prezzi che per alcuni titoli sono già fuori dal mondo: non voglio vederli aumentare ulteriormente per un’iniziativa che, così com’è, mi sembra piuttosto inutile.

Tankard

C’è anche l’opzione “purtroppo a causa delle attuali normative della Comunità Europea, il nostro gioco non verrà pubblicato/distribuito in UE, perché non possiamo permetterci di investire risorse nel far sì che il nostro gioco rispetti quello che l’UE chiede”.
È un po’ come la questione dei telecomandi TV con i produttori che ora devono fare versioni specifiche (di telecomando e di software) per il mercato italiano a seguito della delibera AGCOM 294/23/CONS. Nell’immediato non ha creato troppi scompensi, ma alla lunga cambiano i costi, aumenta il prezzo per l’utente finale, qualche piccolo produttore potrebbe decidere di non vendere direttamente in Italia per non doversi adeguare, così come i grandi produttori potrebbero decidere di non commercializzare tutti i modelli e proporne solo alcuni per non dover fare su tutta la gamma un lavoro che serve solo per il mercato italiano.
Che poi è un discorso simile anche ai tanti venditori “extra-UE” (di varie categorie merceologiche) che dopo anni a perdere tempo con la dogana italiana per risolvere inghippi e aiutare i clienti a ricevere i pacchi, decidono che il tempo perso a risolvere casini non vale la pena e preferiscono non vendere a clienti residenti in Italia.
Perché alla fine il succo è sempre lo stesso: il lavoro extra che richiede il poter commercializzare un prodotto in una tale zona (Italia, UE o quello che si vuole) vale la pena? Chiaramente come dici tu, non possono rimetterci, quindi o per recuperare i maggiori costi si fa pagare un extra al cliente, oppure si decide che il gioco non vale la candela e si abbandona quel mercato. Tipo una Electronic Arts magari si adegua, ma a uno sviluppatore/publisher di MMORPG coreano, che ha nei paesi asiatici il grosso del mercato, chi glielo fa fare?