Che Guild Wars 2 e i suoi sviluppatori non si sottraggano dalle proprie idee politiche non è una novità: tra gli MMO, è forse uno dei più politicizzati in termini di elementi trattati, personaggi e scrittura del mondo.
Tanto era evidente questo suo ardore che già molti anni fa avevamo teorizzato questa divisione politica sarcastica e volontariamente memetica degli MMO più giocati dell’epoca, basandoci sulla nota architettura del Political Compass – e Guild Wars 2 era andato, sagacemente ma realisticamente, nel posto più in alto e a sinistra possibile.
Nel corso del tempo, Guild Wars 2 ha in qualche misura inasprito la sua indole politica, passando prima da ideali di egualità e inclusività, poi navigando (con grande successo, bisogna dire) il periodo woke, ed oggi procedendo con forza verso la naturale strada evolutiva di opposizione ideologica alle forze attualmente al governo negli Stati Uniti, dove ArenaNet ha sede.
È notizia di oggi che su Guild Wars 2 è stato bandito il nome “Trump” (e relative varianti), ed ai giocatori che avevano qualche personaggio così chiamato o con qualche richiamo è stato regalato un buono di cambio del nome, così che potessero rinominarsi gratuitamente.
Al di là della notizia in sé, che ha un’importanza ovviamente marginale nel grande computo delle cose, l’occasione è interessante per interrogarsi su quanto sia opportuno che la politica assuma una veste sempre più preponderante all’interno dei videogiochi, e degli MMO in particolare.
La risposta più immediata e probabilmente ragionevole a questo quesito non può che essere quella figlia delle nostre idee di libertà: no, è al contrario assolutamente necessario che nei videogiochi possano passare messaggi politici, dal momento che il videogioco deve considerarsi una forma d’arte e pertanto ha tutto il diritto di esprimere le considerazioni e le emozioni dei suoi creatori – comprese quelle politiche. Chi condivide questa tesi troverà sicuramente un buon sostegno nella relativamente famosa frase di Terenzio, commediografo latino, “homo sum, humani nihil a me alieno puto”, cioè “sono un uomo, non ritengo alieno da me nulla di umano”, e in questo senso la politica e l’arte sono probabilmente le cose più umane di tutte.
Al contempo, però, sembra altrettanto innegabile che nel corso degli anni abbiamo visto agende politiche impresse a forza nei videogiochi, molto spesso come loro caratteristica prioritaria: non era l’agenda politica degli sviluppatori a doversi adattare ad un certo progetto videoludico, ma al contrario era la visione politica che dettava agli sviluppatori le caratteristiche del videogioco.
In altre parole, anziché sviluppare videogiochi coerenti, con un presupposto politico che inevitabilmente doveva essere declinato nel gameplay e nel world building del progetto, si è permesso che la politica dettasse il gameplay e il world building come matrice principale. Il risultato è stato innegabilmente un affossamento dell’arte e dei messaggi veicolati: basti paragonare Deus Ex (2000) con Dragon Age: The Veilguard. Due giochi estremamente politici; ma nel primo la politica è coerentemente fatta passare (e mai imposta) nel contesto del world building (con un gameplay che non scende mai a patti con essa), mentre nel secondo, tra linee di dialogo ridicole e scenette discutibili, la politica viene calata sul giocatore come una scure, impressa in ogni luogo e onnipresente: prima del videogioco c’è l’idea politica del videogioco.
Ora è chiaro che le eccezioni sono tante e la sensibilità di ognuno detta quando si supera quella linea tra idea politica coerente col mondo e idea politica impressa a forza proveniente da altrove. In termini altisonanti e teorici, si può distinguere qui tra una politica diegetica, che nasce dal mondo e dalle sue regole interne, rispettando perciò la credibilità dell’universo narrante, ed una extradiegetica che entra più o meno a forza dal mondo reale e rompe inevitabilmente la quarta parete e la coerenza del mondo virtuale.
Nei primi Mass Effect e Dragon Age Origins, per esempio, il tema del razzismo e della discriminazione era onnipresente lungo tutto il gioco, ma era perfettamente contestualizzato nella costruzione del mondo. Si pensi a tal proposito a tutto il sottotesto iniziale di Mass Effect, che poneva i giocatori in una galassia di alieni che vedevano dall’alto in basso e discriminavano gli umani, inevitabilmente ponendo i giocatori a confronto col tema del razzismo facendo loro impersonare coerentemente un personaggio discriminato nel quale si immedesimavano.
Ma a questo punto si apre un ulteriore problema: se la nostra preoccupazione è quella di mantenere coerente il mondo di gioco, allora negli MMO dovremmo proibire ogni nome, ogni riferimento ed ogni collegamento diretto con il mondo reale, lasciando solo quelli indiretti tipici appunto di una concezione unicamente diegetica. È la soluzione radicale al problema del crocifisso nelle scuole: perché ci sia vera libertà e coerenza, non deve esserci alcun simbolo.
Realisticamente, però, questa non sembra una soluzione percorribile. Prima di tutto con quali criteri scegliamo che cosa è collegamento al mondo reale e che cosa no? In un mondo di gente che si chiama come i figli di Elon Musk, tra Darkmaster, Assassinmonster e XXXFireDragon, il mio povero nome Giacomo sarebbe fuori lore e pertanto extradiegetico, quindi da proibire.
Inoltre i nomi cambiano e così anche il mondo al di fuori del gioco. Un nome o un concetto che oggi non significa niente un domani viene preso da un soggetto pubblico e acquisisce notorietà: dovrà quindi essere proibito anch’esso?
E poi ancora: se il nostro criterio è effettivamente quello di rendere il mondo virtuale del gioco uno spazio nel quale non ci sono riferimenti diretti con il mondo reale, perché proibire “Trump” e non “Biden”, “Kamala” o “Giorgia”? È ovvio che si tratta di pura partigianeria: di un modo totalmente arbitrario di inserire (o rimuovere) a forza in un mondo virtuale concetti extradiegetici provenienti dal mondo reale.
È chiaro che qui ci troviamo di fronte alla fiera delle eccezioni. In generale, quando un concetto o un’idea non hanno un solido impianto teorico alle spalle iniziano ad essere preda di eccezioni. Di “sì, ma…”. Di casi speciali e di casi straordinari. Questo va rifuggito: è la fine della coerenza ed è peraltro la fine anche della sicurezza di ognuno, perché si può essere sottoposti all’arbitrio di chi ci è superiore senza che questi debba seguire una regola precisa.
Peraltro noi italiani dovremmo essere particolarmente suscettibili a questo tema, sia per il nostro passato, sia perché la nostra Costituzione, al 102, parla proprio di un argomento affine, dicendo che “non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali.” I Padri Costituenti sarebbero stati ottimi moderatori dei videogiochi online di oggi.
Nel caso in esame per fortuna ArenaNet ha deciso di garantire un rename gratuito ai giocatori. Ma che succede se un domani qualche altro sviluppatore decide a un certo punto di proibire un certo nome e lascia i giocatori chiamati in quel modo con l’unica scelta di crearsi nuovi personaggi o di pagare il rename? Alcuni potrebbero dire: ci sarebbe la sommossa popolare e la gente smetterebbe di giocare al gioco. Opinione discutibile nel mondo sonnolento di oggi, anche perché la community di Guild Wars 2 appare generalmente entusiasta del fatto che il nome Trump sia stato bandito dal gioco.
Non c’è da quindi riporre grande fiducia nel fatto che, se ArenaNet non avesse dato il rename gratuito, la community avrebbe preso le parti dei giocatori chiamati Trump. Più probabilmente avrebbero detto: “ti sei chiamato Trump, coglione, e adesso paghi la tua stupidità pagando il character rename”, convinti di essere nel giusto e completamente inconsapevoli di essere invece caduti nel turbinio delle eccezioni delle eccezioni delle eccezioni – e che un domani avrebbe potuto toccare a loro la stessa sorte.
Quindi, se ammettiamo:
- che la politica nei videogiochi, in quanto forme d’arte, è assolutamente accettabile e ben richiesta
- che tale politica sia però molto meglio averla in forma diegetica che extradiegetica
- che le eccezioni, le leggi speciali, gli arbitri del momento non sono accettabili
- che per imporre una certa visione occorre coerenza e regole precise
- che queste regole precise e coerenti non sono rinvenibili, perché troppo è lasciato alla soggettività individuale e all’imprevedibile cambiamento dei tempi,
allora l’unica soluzione non può che essere quella di non proibire nulla se non ovviamente ciò che è già proibito dalle leggi dei paesi nei quali i server di un certo videogioco sono posizionati. Nel caso di giochi a giocatore singolo, dove questi problemi si pongono soltanto per ciò che riguarda la coerenza del mondo e la bellezza complessiva dell’esperienza, il giudizio finale sul loro valore deve tenere conto anche di questo tema: della coerenza diegetica del mondo, della trasmissione dei messaggi politici e artistici all’interno di questo sistema e del modo con cui questa trasmissione avviene, penalizzando quei prodotti che esplicitamente fanno venire tali messaggi da fuori.
Ovviamente, tutta questa è pura elucubrazione teorica senza grandi spunti concreti. In quanto progetti di privati, non c’è alcun sistema perché questo pensiero possa essere fatto applicare: tutto viene rimesso in mano a chi il videogioco lo sviluppa e lo mantiene, ed in questo senso è anche giusto così, nel rispetto della libertà artistica di ognuno, che ha un valore supremo. Tanto quanto lo ha la nostra libertà di criticare chi appare incoerente.

Ad Asczor piace videogiocare e soprattutto videogiocare bene. I giochi per lui vanno fruiti sfruttandoli fino in fondo al meglio delle proprie capacità. È per questo che Asczor s’incazza, e non poco, quando i giochi non rispettano i suoi standard di qualità. Però ha sempre le sue buone ragioni per farlo e, al contrario, non manca mai di lodare i giochi meritevoli. Peccato che siano davvero pochi.



“periodo woke”. Giustamente, essendo un gioco online frequentato da varie persone più o meno sensibili e più o meno adulte vengono bannati nomi non propriamente rispettosi delle basi di diritto.
Diritto di parola è una gran cosa, il dovere di esprimersi non è obbligatorio e la libertà di offendere neanche
e va be dai a me hanno cambiato il nome del mio orco su WOW …si chiamava DIO nl n era politico ma a qualcuno non piaceva ahhahh
mi hai aperto un mondo sai, con questo articolo, io gioco da casual e non mi ero reso conto che ci fosse così tanta politica nei videogame, cioè non sono nato ieri, ad esempio world of warcraft dove ogni cosa va risolta con la guerra lo capisco che è un gioco prettamente repubblicano, ma ad esempio guild wars 2 non mi ero mai reso conto che fosse così a sinistra, e secondo me sbagliano però a togliere la possibilità di usare un nome di un personaggio politico, così, purtroppo, importante nel mondo, perchè così facendo lo trasformi in un martire, in un “prigioniero politico”, e gli dai la scusa per poter dire che i liberali di sinistra lo perseguitano, poi detto questo, è una persona abbietta e meschina a mio vedere, anche pedofilo visto le nuove novità del caso epstein, però ritornando all’origine del mio commento non mi ero mai reso conto che ci fosse politica negli mmo
Non è la prima volta che quelli di arenanet censurano i nomi, al tempo di GW1 non era possibile ad esempio chiamarsi Hitler o KuKluxKlan ed è giusto così: libertà si ma nel rispetto della sensibilità altrui, al di là delle idee politiche che comunque in un gioco non dovrebbero esistere.
Su PGR global ad esempio è stata bandita la figura di Adolf, carta immaginaria femminile ma che ha un ben chiaro riferimento a Hitler e sostituita da una più adorabile e graziosa Cottie, sebbene però la versione originale CN continui a chiamarsi Adolf.
Come dico sempre su qualsiasi cosa nella vita, le cose se devono essere fatte è meglio farle bene o non farle affatto.