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Detroit: Become Human – Recensione

Detroit: Become Human – Recensione

Parlare dei giochi ideati e sviluppati da David Cage non è mai semplice. Anche l’utenza è spesso nettamente divisa tra chi ama i suoi titoli e chi li odia a prescindere. Quest’oggi ci troviamo a parlare di Detroit: Become Human, l’ultima fatica di Quantic Dream arrivata nei negozi tradizionali e digitali in esclusiva per l’ammiraglia di casa Sony, PlayStation 4.

Noi lo abbiamo giocato, lo abbiamo finito e spolpato oltre, per riuscire ad elaborare un giudizio che speriamo possa tornare utile a coloro che, a distanza di un mese esatto, non sono ancora sicuri di aver capito che cosa sia Detroit e se, per via della sua natura così particolare, possa essere un acquisto soddisfacente.

 

 

Correva l’anno 2038

Iniziamo la disamina con qualche accenno riguardo all’ambientazione, spoilerando solo eventi che accadono nelle primissime ore di gioco. Come da titolo ci troviamo a Detroit, precisamente nella seconda metà del 2038. In un futuro neppure tanto lontano dal nostro presente, grazie alla mente brillante di un uomo il mondo ha fatto la conoscenza dei cyborg, veri e propri computer dalle sembianze umane costruiti per rendere la vita più facile alle persone. Da chi è programmato per svolgere tutte le comuni mansioni di casa, chi per prestare assistenza a persone anziane o invalide, fino ad arrivare a puri oggetti di piacere sessuale o, in casi specifici, modelli talmente all’avanguardia da risultare risorse incredibili per le forze dell’ordine, sia in ambito investigativo che militare. Tutto questo è offerto ad un prezzo alla portata di tutti: poco meno di 900 dollari. Praticamente il costo di un attuale smartphone di fascia alta. I cyborg, però, non solo sanno fare il caffè ma qualsiasi cosa il padrone ordini loro, con un’autonomia energetica di circa 170 anni. Il sogno proibito di qualsiasi casalinga, ma anche di nerd e molti altri.

Avere in casa un essere simile praticamente in tutto ad un umano, completamente obbediente, instancabile e sottomesso è certamente qualcosa di cui nessuno, onestamente, farebbe volentieri a meno. Eppure qualcosa va storto, perché l’essere umano è complesso e paradossale. Dopo aver creato una macchina in grado di soddisfare ogni proprio bisogno in maniera perfetta, il proprio ego si ribella. Specchiarsi in un androide significa guardare dritto negli occhi i propri fallimenti, i propri limiti e i propri errori. Da qui, il passo della gelosia è davvero breve e l’uomo ha sempre avuto un metodo infallibile per sfogare il senso di frustrazione e inferiorità: reagire con la forza. Dopotutto si tratta soltanto di macchine, no? Come dare un pugno a un tostapane guasto o ad un PC impallato. Al massimo si finisce col creare dei danni hardware e si sistema tutto portando la macchina in assistenza.

 

Detroit Become Human Recensione

Continue angherie, umiliazioni e vere e proprie violenze spingono gli androidi ad andare contro la loro stessa natura, frantumando i propri principi di programmazione e generando, tanto autonomamente quanto inspiegabilmente, ciò che più di ogni altra cosa distingue un essere vivente: l’istinto di sopravvivenza. Questo porta inevitabilmente a scontri domestici tra umani e androidi cosiddetti devianti, ciò che prima erano padroni e subordinati, e che faticano a trovare un nuovo equilibrio. Un equilibrio, date le premesse, pressocché impossibile.

Così la storia ci viene narrata attraverso tre di questi androidi, percorrendo il destino di questa nuova specie da altrettante prospettive differenti. Connor è un androide super accessoriato dato in dote alle forze di polizia proprio per fronteggiare il fenomeno devianti che, in pochissimo tempo, pare espandersi a macchia d’olio. Kara è invece un modello molto più basilare: la tipica cameriera tuttofare, agli ordini di un violento, drogato e alcolista, e della sua figlia di neanche una decina d’anni, verso cui Kara svilupperà un affetto materno. Infine troviamo Markus, interpretato da Jesse Williams (noto sul piccolo schermo per il suo ruolo in Grey’s Anatomy nei panni del dottor Jackson Avery), che viene inizialmente utilizzato come tuttofare e badante per un ricco anziano, amante dell’arte e della filosofia, da cui impara molto sul rapporto che intercorre tra le due “razze”. Successivamente, però, si ritroverà in una situazione totalmente diversa e con l’occasione di poter guidare il movimento indipendentista per il riconoscimento dei diritti di tutti i suoi pari.

Un controllore, una fuggitiva e quello che potremmo senza difficoltà definire un rivoluzionario: tre modi diversi di vedere il mondo, tre differenti esperienze e modi di provare dei sentimenti. Tre aspetti dello stesso mondo così distanti che dovrebbero, in teoria, permettere ad ogni giocatore di riuscire a simpatizzare con almeno uno dei protagonisti, cercando in questo modo di creare un legame empatico tra questi e il giocatore stesso. Un aspetto chiave nelle opere di Cage, che in questo caso però non funziona proprio alla perfezione.

 

Detroit Become Human Recensione
Gioco o non gioco?

Una delle critiche che Cage si è sempre portato dietro riguarda l’accusa secondo la quale nei suoi videogiochi si “giochi poco”, che non è necessariamente vero. Detroit Become Human, insieme alle altre sue produzioni PS3, non va visto come un gioco d’azione o di avventura, quanto più come una moderna avventura grafica. Ci si può muovere per gli scenari durante i momenti di calma per esplorare e trovare oggetti interessanti, oppure arrivare in un punto nel quale succede qualcosa. Molti dei comandi vengono affidati all’analogico destro, lo stesso utilizzato per la telecamera, con cui ricreare artificiosamente dei movimenti che simulino quelli che il nostro personaggio deve compiere per prendere un oggetto, aprire una porta e via dicendo. Tale meccanica, pur non riuscitissima, non è comunque troppo fastidiosa. Lo è invece la telecamera, un po’ birichina e non sempre funzionale, che crea qualche noia a causa delle inquadrature molto ravvicinate ai protagonisti.

Non mancano neppure i quick time event, che ormai da qualche anno fanno inferocire diversi videogiocatori. Alcuni sono abbastanza semplici, mentre nelle fasi più concitate non è affatto banale terminare un’intera sequenza, mai eccessivamente lunga, senza commettere neanche un errore. Non si tratta solo di premere i tasti giusti entro tempi ristretti, ma anche movimenti con l’analogico destro o movimenti reali, sfruttando i sensori all’interno del pad. Pur comprendendo i motivi per cui i QTE non vengano apprezzati, crediamo anche che ormai bisogna farsene una ragione, specie se il gioco non è impostato o presentato come un action, come in questo caso. Persino le fasi di arrampicata o di fuga/inseguimento sono state ripensate e adattate al mondo dell’intelligenza artificiale: attraverso un sostanziale break in realtà aumentata, l’androide analizzerà i vari percorsi a disposizione, mostrando per sommi capi i pro e i contro di ognuno. Oppure si può, durante sezioni di gioco più tranquille, elaborare i dati per una simulazione di percorso, che viene poi eseguito non appena verrà trovata l’animazione più funzionale possibile. Simpatiche anche le sezioni investigative di Connor, nel quale è possibile scovare vari indizi nello scenario e fare una ricostruzione dell’accaduto, trovando così nuove piste, in modo non molto dissimile da quanto visto con il Cavaliere Oscuro della serie Arkham.

 

Detroit Become Human Recensione

L’elemento davvero distintivo di Detroit: Become Human riguarda invece le scelte multiple. Il gioco è diviso in vari livelli, completabili in media in una mezz’oretta, e ognuno di questi ha una fitta ramificazione di scelte che possono poi portare a risultati differenti. In realtà questo aspetto è molto meno marcato di quanto gli sviluppatori vorrebbero far credere al giocatore, e basterà rigiocarsi uno qualsiasi dei livelli per rendersene conto. Molte scelte non cambiano quasi nulla nella sequenza dei dialoghi o nel ribaltare il corso degli eventi.

Esistono però alcune scelte che sono nettamente più importanti di altre. Vale per la raccolta di indizi, per le decisioni diametralmente opposte o per ciò che riguarda un particolare sistema di karma: ogni personaggio, infatti, ha a disposizione un numero definito di rapporti con altri individui o androidi. Si parte quasi sempre da una base sostanzialmente neutrale e, con le nostre azioni, potremmo coltivare delle complicità oppure inasprire gli animi. Il modo in cui decideremo di comportarci verso qualcuno di rilevante verrà poi ricompensato alla fine del gioco, con interi livelli alternativi ad altri, che porteranno alla fine a scenari ed epiloghi anche opposti tra loro.

Pur volendo dare al giocatore l’illusione di avere il completo controllo del proprio androide, ci si rende presto conto che le scelte realmente importanti non sono poi molte e tanto di quel che ci si immagina di decidere finisce per essere semplicemente un contorno per aiutare l’utente a immedesimarsi. I veri punti di svolta o, se vogliamo, gli effetti farfalla, ci sono, sono fondamentali e non sono nemmeno pochi. Il problema, semmai, nasce dal fatto che può capitare di sottostimare una determinata situazione o decisione, ignorandone gli effetti a lungo termine. Si finisce così per trovarsi in situazioni totalmente inaspettate, ma questo stimola anche la curiosità e, a sua volta, la voglia di rigiocare un livello (o l’intero gioco) per vedere cosa sarebbe successo in alternativa. Detroit basa molto della sua natura e della sua struttura proprio sulla rigiocabilità. Ogni nuova run rivela sfumature inedite, porta a finali diversi e a segreti che prima non erano stati scoperti. Un fattore molto positivo per chi finisce la storia e ne rimane soddisfatto, nonché affamato di nuovi dettagli. Se invece un giocatore non riesce a creare un legame con nessuno dei tre protagonisti e la storia non fa breccia nella sua emotività, fare altre run può effettivamente diventare una brutta aggravante, che svilisce un po’ il gioco e lo priva della sua essenza più genuina.

 

Tra luci, ombre e una fitta pioggia

Tecnicamente parlando, Detroit: Become Human è un videogioco dalle due facce. Sicuramente è molto bello da guardare ed eccelle nella realizzazione dei personaggi, nelle animazioni scriptate, nelle luci e nella riproduzione di agenti atmosferici, quali neve e soprattutto pioggia (ricordando Heavy Rain). I dettagli sono tantissimi, ma è soprattutto il modo in cui vengono riprodotte le espressioni facciali che riesce, in qualche caso, a entrare davvero nel cuore dei videogiocatori. Vedere un triste sorriso di Kara verso la piccola Alice rende tutta quella pressione emotiva di “mamma” che, nonostante le pesanti avversità, cerca di rincuorare una bambina spaventata. Davvero un elemento degno di nota.

 

Detroit Become Human Recensione

Anche sul piano audio il livello di Detroit è abbastanza alto e il doppiaggio in italiano si fa ascoltare con piacere. Dispiace un po’ che a Williams non sia stato confermato lo stesso doppiatore di Grey’s Anatomy, ma è un dettaglio che interesserà a pochi, sottoscritto a parte.

D’altro canto, però, non sono tutte rose e fiori. In alcuni punti il controllo dei personaggi – e le loro animazioni – diventa particolarmente legnoso. A volte si notano degli stacchi fastidiosi, dove l’engine carica la giusta sequenza in base alle nostre scelte, mentre una volta ci siamo anche casualmente bloccati, e abbiamo dovuto ricominciare da capo il livello per uscirne. La riproduzione degli ambienti cozza con i personaggi per un abbassamento evidente del livello, e anche la città di Detroit sembra molto spesso spoglia, vuota e a tratti quasi abbandonata. Una realtà che strizza l’occhio ad una ambientazione cyberpunk dovrebbe essere molto più viva e movimentata. Anche se, come contestualizzazione storica, Detroit si colloca agli albori di un’ipotetica linea temporale cyberpunk, quando il mondo inizia ad affacciarsi a queste tecnologie particolarmente avanzate. Ciononostante abbiamo notato alcune contraddizioni, dei paradossi, oppure delle incongruenze che ci hanno fatto storcere il naso e ci hanno, purtroppo, interrotto momentaneamente quel delicato filo di immedesimazione con i protagonisti della storia.

 

 

3.5

Considerazioni finali

Detroit: Become Human va visto soprattutto come opera di Quantic Dream, e dunque David Cage. È un titolo che si sforza di coinvolgere il giocatore e di farlo empatizzare con i personaggi, con le situazioni e, più di tutto, con le loro emozioni. In certi momenti ci riesce anche bene, in altri arranca scadendo in episodi un po’ banali o troppo arzigogolati. Diventa dunque difficile identificare il target di riferimento a cui un titolo del genere può essere indirizzato.

Probabilmente Detroit è il gioco che fa per voi se siete il tipo di persona a cui stanno a cuore argomenti come la schiavitù e la libertà, diritti, rivoluzioni e battaglie che coinvolgono non solo le autorità ma anche l’opinione pubblica. L’unico metodo per godere a tutto tondo di questo tipo di esperienza è riuscire a calarsi nei panni dei protagonisti, abbandonando se necessario anche preconcetti e ideologie personali. Un po’ come in un gioco di ruolo, in cui si interpreta un personaggio e si porta avanti una quest mantenendo un certo allineamento, che non deve per forza coincidere con quello del burattinaio. In tal caso, Detroit può farvi emozionare e intrigare, anche al punto di rigiocarlo più volte per cambiare approcci e prospettive. Per tutti gli altri invece ne sconsigliamo l’acquisto poiché, svuotato di ogni significato e legame con il fruitore, scadrebbe in un racconto piatto e per nulla interessante.

La nostra scala di valutazione

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