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Plinious ex Machina – Dobbiamo pretendere di più dai videogiochi

Plinious ex Machina – Dobbiamo pretendere di più dai videogiochi

Avete visto la presentazione video di Star Citizen dal CitizenCon? In caso negativo rimediate subito, un po’ perchè questo mio editoriale nasce dopo aver visto quel video e un po’ perchè è ciò di cui si parlerà per i prossimi mesi (o anni?) quando si discuterà di innovazioni tecnologiche nei videogiochi.

La presentazione mostra in tutta la sua potenza la generazione procedurale delle città che popoleranno l’universo di gioco, e lascia sinceramente di stucco. Non stiamo parlando di quattro sparute casette messe in fila, o di un algoritmo che ogni volta crea pianeti di diverso colore ma ugualmente vuoti (mi riferisco a te, No Man’s Sky). Lo Star Engine, motore basato sul CryEngine e pesantemente modificato con l’Amazon Lumberyard, dà vita a delle vere e proprie megalopoli cyberpunk a vista d’occhio.

 

 

Ma in realtà questo editoriale non vuole concentrarsi solo su Star Citizen, che non è il fine, ma il mezzo per parlare di qualcos’altro. E cioè del coraggio di innovare, di provare a portare le cose un po’ più in là rispetto a quanto siamo abituati.

Pensiamoci: negli ultimi anni abbiamo visto l’avvento dei 64 bit e dell’embrionale 4K, abbiamo assistito all’esplosione della velocità delle connessioni e all’ascesa di motori grafici potenti ma flessibili, come lo Unity e l’Unreal Engine 4, che permettono di avere accesso a tutta una serie di strumenti e funzionalità prima impensabili per software house piccole e grandi. Eppure sempre più studi sembrano essersi dimenticati dell’importanza della sperimentazione, o forse hanno semplicemente realizzato che nell’industria videoludica odierna la ricerca non rende in termini di guadagni. Non si spiega altrimenti perchè decine di realtà importanti del settore si siano impigrite e sedute sugli allori, come ad esempio Bethesda, ormai ben lontana dai fasti di Oblivion (con il suo disegno imperfetto ma coraggiosissimo).

Ovviamente esistono le eccezioni, grazie a opere di qualità clamorosa come The Witcher 3 o The Legend of Zelda: Breath of the Wild, che però riguardano più la sfera dei single player. Come sappiamo è ben diverso il discorso per gli MMO, che negli ultimi anni hanno conosciuto una profonda crisi che ha visto sempre meno titoli imporsi nel panorama, portando i fan del genere a scommettere su progetti emergenti come Chronicles of Elyria e Ashes of Creation.

 

Plinious Ex Machina oblivion star citizen

Ogni volta che si cita Oblivion, qualcuno parla di Radiant AI e simulazione emergente.

Insomma, viviamo in un’epoca videoludica in cui la tecnologia ha fatto (e sta facendo) passi da gigante, ma che quasi mai vengono sfruttati. E questo non solo in termini di pura grafica, ma anche di grandezza del mondo, credibilità della fisica e delle collisioni, interazione ambientale e intelligenza artificiale. Insomma tutto ciò che riguarda l’avanzamento tecnico. Al momento di software house che stanno tentanto di portare avanti una simile innovazione mi viene in mente solo CD Projekt RED, disperatamente al lavoro su quel Cyberpunk 2077 che ha delle ambizioni fuori di testa (e che, alla stregua di tutti i titoli attesi come messia, sembra non uscire mai).

Per il resto là fuori c’è un patrimonio immenso che sta venendo sprecato. E allora la domanda ricorrente è: Che cosa è andato storto? Perchè non siamo più abituati ad essere stupiti dai videogiochi?

È cambiato il clima culturale e creativo, qualcuno potrebbe dire. Sembra quasi che adesso manchi la spinta ad osare, ad andare al di là del compitino per abbracciare qualcosa di più, una visione. Intendiamoci, il mio non è un rant su “quanto fossero belli i giochi di una volta”, tutto il contrario. È una presa di consapevolezza del fatto che, con i mezzi odierni, sarebbe possibile fare molto di più dei titoli delle scorse generazioni, e non solo godere di una risoluzione leggermente superiore o qualche frame in più.

 

Crash Bandicoot N. Sane Trilogy remastered Plinious Ex Machina star citizen

Ben vengano le remaster, ma se esse costituiscono la maggior parte degli annunci allora abbiamo un problema.

In questo ragionamento sarebbe fin troppo facile puntare il dito contro i grandi publisher del settore. Sviluppare un videogioco tripla A oggi ha dei costi incontenibili e pochi progetti sbagliati possono essere sufficienti a mandare gambe all’aria persino un colosso come THQ. Per questo è necessario minimizzare il più possibile i rischi e produrre formule che funzionano, innanzitutto commercialmente: giochi venduti a prezzo pieno, microtransazioni, lockbox, DLC e tutte le logiche di business che conosciamo fin troppo bene.

In questo momento la solita critica contro i grossi publisher ci viene persino offerta su un piatto d’argento da Electronic Arts, che ha recentemente deciso di chiudere Visceral Games. Non è il primo studio soppresso da EA e forse non sarà l’ultimo, ma questa chiusura fa particolarmente male, un po’ perchè Visceral è stata artefice dell’ottima serie Dead Space e un po’ perchè era al lavoro su un gioco single player di Star Wars, che i fan attendono fin dai tempi di Star Wars 1313. Un chiaro segnale del fatto che, all’interno della compagnia, c’è sempre meno spazio per progetti che seguano strade diverse da quelle dei vari FIFA, Battlefield o Battlefront.

Prendiamo anche Destiny 2, titolo di Activision migliorato rispetto al predecessore ma comunque soggetto a una sospetta carenza di contenuti al punto che, dopo meno di due mesi dal lancio console, l’endgame è già diventato piuttosto stantio e guarda caso per ravvivare le cose bisogna attendere la prima espansione, annunciata con una puntualità svizzera. Destiny 2 non è certo un brutto gioco, ma siamo sicuri che Bungie non potesse fare di più con le sconfinate risorse a sua disposizione e tutto il know-how accumulato col primo capitolo? Quando vedo la relativa mediocrità del comparto PvP e la ristrettezza del mondo di gioco (con appena quattro pianeti disponibili, meno di quanto offrano la maggior parte degli MMO) la risposta mi pare evidente: si poteva e doveva fare di più.

Tuttavia puntare il dito solo contro EA, Activision e compagnia pubblicante sarebbe quantomeno miope, all’interno di un mercato complesso e in continua evoluzione. In questo senso l’innalzamento dei costi produttivi di cui sopra ha creato una frattura non facile da sanare. Nell’industria odierna, infatti, stanno venendo sempre più a mancare le realtà medie: rimangono o i colossi del gaming o i team indie con tante idee e pochi mezzi. Da questo punto di vista la software house di Star Citizen, Cloud Imperium Games, è esattamente nel mezzo, perchè se è vero che è uno studio del tutto indipendente e finanziato tramite crowdfunding, è altresì vero che la campagna di raccolta fondi gli ha permesso di superare l’assurda cifra di 163 milioni di dollari, e ora il team di sviluppo conta centinaia di developer divisi tra quattro studi, due in Europa e due in America.

 

Plinious Ex Machina Cloud Imperium Games star citizen

Una colossale software house indie: quello di Cloud Imperium Games è un meraviglioso ossimoro.

C’è inoltre un altro fattore da considerare: le console hanno innegabilmente rallentato l’evoluzione grafica e tecnologica degli ultimi anni, prima con la generazione PlayStation 3/Xbox 360 e poi con quella PlayStation 4/Xbox One, a cui ora si aggiunge pure la mid-generation costituita da PS4 Pro e Xbox One X (non considero Nintendo che fa storia a sè). Per anni molti studi importanti hanno rinunciato all’esclusività PC per poter fruire del maggior bacino d’utenza console, spesso castrando le potenzialità dei loro prodotti. Come esempio cardine mi viene in mente Crytek, che proprio dieci autunni fa pubblicava su PC Crysis, gioco che al tempo esibiva un comparto grafico e fisico da far cadere la mascella, laddove invece Crysis 2 e 3, approdati anche sulle macchine Sony e Microsoft, non risultavano altrettanto incisivi.

Per quanto io apprezzi il gaming console è evidente che, a volte, per superare certe limitazioni sia hardware che software bisogna avere il coraggio di distaccarsi da esso, come d’altronde fanno da sempre generi quali i grandi strategici di Paradox o i giochi simulativi in stile Arma.

 

Plinious Ex Machina far cry star citizen

Plinious Ex Machina crysis star citizen

Tra Far Cry e Crysis c’è un abisso di differenza, eppure i due giochi sono usciti ad appena tre anni di distanza. Se aggiungiamo che Crysis è del 2007, è facile rendersi conto di quanto si sia rallentato l’avanzamento grafico recentemente.

D’altro canto, l’esplosione degli indie game e la rivoluzione del crowdfunding hanno visto come alfiere proprio il PC gaming, con prodotti pensati e sviluppati per la cosiddetta “master race” (ed eventualmente solo in un secondo momento portati anche su console, come Divinity: Original Sin, Pillars of Eternity o Elite Dangerous). Inutile dire che in questa ormai non piccola nicchia si colloca di prepotenza lo stesso Star Citizen, che per poter girare su console andrebbe semplificato e in ultima analisi snaturato.

 

I want more (of the same)

Sulla presentazione del CitizenCon abbiamo già speso molte parole. Tuttavia trovo molto interessante il fatto che la demo mostrata al CitizenCon citi apertamente Star Wars e Blade Runner: il pianeta di ArcCorp è infatti chiaramente ispirato alla città pianeta di Coruscant e alla piovosa Los Angeles del film di Ridley Scott, tra torreggianti palazzi, cartelloni pubblicitari sci-fi e ciminiere industriali da cui si levano colonne di fumo grigio. Non si tratta di un paragone casuale: sia Star Wars che Blade Runner sono prodotti cinematografici che hanno rotto gli schemi, rivoluzionando a loro modo l’industria dell’epoca e imponendosi come pietre miliari per il nostro immaginario collettivo.

Ebbene, in Star Citizen vedo una simile, dirompente forza creativa. Premesso che il gioco potrà essere valutato solo una volta finito, già adesso è manifesta la volontà del titolo di uscire dagli schemi, con una commistione di elementi e meccaniche che presi singolarmente sono già stati visti altrove, ma che mai sono stati uniti e armonizzati in una sola opera.

D’altronde, che cos’è davvero Star Citizen? È difficilissimo definire meccanicamente il genere in cui si colloca: è un simulatore spaziale, ma anche un MMO, un sandbox, un survival, uno sparatutto in prima persona. I più romantici potrebbero rifiutare acronimi e generi per dire che Star Citizen è un sogno ad occhi aperti, che a prescindere dall’esito finale ha avuto il merito di spostare un po’ più in là l’asticella.

Ora, chi legge questo articolo potrebbe facilmente scambiarmi per un fanboy totale di Star Citizen, ma in verità io non sono un backer e finora non ho donato un euro al progetto. Sono consapevole dei problemi attuali del prodotto, tra i tanti bug, crash e un’ottimizzazione ancora scarsa, per non parlare del modello pay-to-win insito nel fatto stesso di poter acquistare le navi di gioco con moneta reale. E sì, mi rendo conto che il titolo potrebbe benissimo rivelarsi un enorme buco nell’acqua. Ciononostante, non riesco a non tifare per la buona riuscita del progetto. Perchè se davvero Star Citizen riuscisse nell’impresa, ci troveremmo di fronte a degli orizzonti inesplorati. Un po’ come quando Ultima Online ha inventato gli MMO, o World of Warcraft li ha rivoluzionati. E io voglio esserci.

 

Star Citizen

Vogliamo criticare Star Citizen? Facciamolo pure, ma teniamo a mente che un progetto del genere ha pochi precedenti nella storia dei videogiochi.

Ma, come dicevo prima, in questo articolo voglio usare la creatura di Chris Roberts come mezzo per parlare dei videogiochi in generale. Quel che intendo dire, in altre parole, è che è cosa buona e giusta chiedere di più dal medium interattivo.

Nessuno pretende che gli studi di sviluppo smettano di pensare ai guadagni e vadano avanti a pane e passione, per carità. Ma chi oggigiorno i videogiochi li crea dovrebbe essere più audace, pensare in grande senza poi deludere le aspettative dei giocatori. Certo, nessuno vuole alimentare ulteriormente la cultura dell’hype, che ha già causato enormi danni: troppi titoli in passato si sono rivelati tutto fumo e niente arrosto. Ciò che auspico è una bellezza che derivi non dal marketing e dai trailer pompati, ma dalla qualità e dall’innovazione del prodotto (più facile a dirsi che a farsi, me ne rendo conto).

In conclusione, vi butto lì una domanda. Da quant’è che non esclamate un semplice “oooh” di stupore per ciò che vedete su schermo? Personalmente era da tanto tempo. Ebbene, la presentazione del CitizenCon ha dimostrato che con la tecnologia di oggi, se si vuole e si hanno i mezzi, è possibile fare qualcosa di pazzesco. E allora non abbiamo paura di pretendere di più.

We want more.

 

 

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21 pensieri su “Plinious ex Machina – Dobbiamo pretendere di più dai videogiochi

  1. Dario Gulotta

    Davvero una discussione interessantissima! Speriamo solo che con un passaggio di generazione le cose possano mutare in meglio, anche se sono un po’ pessimista a riguardo. Leggere (e scrivere!) ormai sembra diventata una attività da pochi per pochi, basti vedere l’imperversare scriteriato nei programmi di chat di messaggi vocali piuttosto che testuali. Anche il recentissimo Lucca Comics mi sembra stia perdendo la sua natura, quasi a sintomo che il mezzo scritto o figurativo stia cedendo rispetto a quello già prefigurato e descritto da altri. Difficile non notare lo spopolare di Youtuber piuttosto che autori di fumetti, perché questo ha richiesto il mercato. Piuttosto sarebbe da rinominare in Lucca Nerdcon (nessuna accezione spregiativa sia chiaro!) e troverebbe una migliore corrispondenza con la sua vera anima.

    Avremmo ogni mezzo per riuscire ad accreditare le opinioni nella giungla del web e dei social, tuttavia i “Like” finiscono spesso e volentieri usati impropriamente, manipolati ad hoc dal gestore del social di turno, generando effetti “viral”. La gente si sofferma sulla prima o seconda notizia proposta dal social le quali verranno più o meno valutate. Ma questo lo diceva già Google anni fa in merito ai click dei suoi risultati.

    Da consumatori che vanno a cercare il prodotto (vedi riviste, recensioni, demo…) il mercato ci ha indotti ad impigrirci portandoci il prodotto quasi direttamente a casa e a fagocitare le proposte senza domandarci troppo che gusto abbiano. Non porsi domande purtroppo esige tardi il suo prezzo, sperando che ce ne accorgiamo per tempo in modo da correggere il tiro. :)

      1. Dario Gulotta

        Si pero’ calando i videogiochi nel contesto del mercato globale riusciamo a intravedere che sono perfettamente in linea con il resto.

  2. Starfighter

    Condivido anch’io il pensiero di Pliniuous e fa sempre piacere leggere delle impressioni obiettive su Star Citizen che per quanto venga largamente criticato per i ritardi di sviluppo e per l’entità dei finanziamenti che sta ricevendo a me personalmente sta offrendo un’ esperienza di gioco innovativa già dall’attuale versione alpha 2.6.3.
    Negli ultimi anni ho osservato all’interno del mercato dei videogiochi una svogliatezza generalizzata nel proporre all’utenza delle vere novità in termini di gameplay e contenuti. Mi rifiuto di credere che l’innovazione e la creatività si sia saturata ma temo invece che sia cambiato il target di mercato attuale, ossia il videogiocatore medio.
    Tirando in ballo Destiny 2 come esempio attuale, se si continua ad abbracciare a braccia e portafoglio aperti qualsiasi titolo spacciato per “tripla A” e relative microtransazioni più DLC a pagamento senza prima usare la testa e analizzare lucidamente il gioco in questione, dubito che le software house abbiano motivo di cambiare le caratteristiche del loro prodotto. Per la maggior parte degli sviluppatori la bilancia propende sempre verso la massimizzazione dei profitti anche a discapito della qualità dell’esperienza di gioco, offrendo bonus per i pre-order e bombardandoci di pubblicità che offuscano la mente e ci fanno decidere di procedere all’acquisto compulsivo ancora prima di aver capito veramente cosa ci arriverà fra le mani, e ringrazio ancora i baldi giovani di MMO per aver organizzato lo streaming di Destiny 2 che mi ha aiutato moltissimo per NON procederne all’acquisto.
    Sinceramente rimpiango il periodo di diversi decenni orsono dove i videogiocatori più sensati svaligiavano l’edicola sotto casa alla ricerca delle riviste affidabili di settore, leggendosi avidamente ogni anteprima e recensione prima di arrivare al verdetto finale sull’eventuale acquisto, e obbligando di conseguenza gli sviluppatori a darsi da fare creando qualcosa di decisamente convincente e longevo per poter superare positivamente l’esame della critica.
    Confido comunque che prima o poi tutti i videogiocatori riescano ad aprire gli occhi, opponendosi con forza alle attuali leggi di mercato, basate unicamente sull’apparenza e sul marketing. Dobbiamo assolutamente volere di più, essere maggiormente esigenti ed innescare un deciso cambio di direzione.

    1. Plinious

      Grazie Starfighter! Eh sì, quelli delle riviste cartacee erano i tempi d’oro :) quanti giochi ho deciso di comprare (o evitare) dopo averne letto l’anteprima o la recensione!

    2. Asczor

      Bravo Starfighter, buon post. Però devo confessarti una spiacevole verità sulle riviste cartacee della seconda metà dei ’90 e dei primi 2000: a rileggerle oggi cade il mito. A noi ragazzini potevano parere ottime perchè non avevamo strumenti con i quali giudicarle nè spesso alternative con le quali compararle – la verità è che da un punto di vista squisitamente di competenza e qualità sono veramente pochi i testi completi e corretti. Anche l’italiano utilizzato è molto stantio, con termini che si ripetono di recensione in recensione e sembrano standardizzare un lavoro intellettuale che per definizione non può essere standardizzato. Almeno, questa è l’impressione che ho avuto io riprendendo in mano molte di esse.
      Diciamo che se oggi si utilizzasse lo stesso metro che si usava all’inizio dei 2000 per produrre riviste queste sarebbero giustamente condannate al fallimento.

      1. Starfighter

        Ovviamente c’è stata un’ evoluzione notevole nel lavoro e nelle capacità del redattore in questi ultimi decenni, non era mia intenzione sminuire le produzioni attuali rispetto a quelle più vintage, sia chiaro. La mia osservazione riguarda il “modus operandi” che adottava l’utenza all’epoca rispetto ad ora, dove la recensione era considerata un vero banco di prova e difficilmente si faceva un acquisto al buio senza prima essersi documentati adeguatamente e di questo gli sviluppatori ne erano a conoscenza.
        Certo ci potevano essere delle lacune notevoli nella forma e contenuto degli articoli ma almeno i videogiocatori avevano del materiale da raccogliere per poi ragionare con la propria testa.
        Ora invece le software house hanno imparato a raggiungere direttamente il consumatore saltando il vostro sacrosanto filtro di giudizio e lo trovo decisamente grottesco perchè nella storia dell’uomo questa mancanza di “vigilanza” fra produttore e utilizzatore finale non ha quasi mai giovato alla comunità.
        Trovo assurdo che in questa era social, dove si ha la grandissima opportunità di interagire in tempo reale con i redattori fra commenti e live streaming si sia finiti in questa situazione di decadenza e stagnazione del prodotto. Dovrebbe essere il contrario, dovrebbero essere dannatamente terrorizzati alla sola idea di immettere sul mercato qualcosa non all’altezza delle vostre/nostre aspettative.
        Dovremmo dare molta più importanza a chi fa seriamente il vostro lavoro in modo indipendente, senza che ci sia una presenza nell’ombra a tirare i fili per fuorviare ancora di più l’opinione pubblica.
        Siamo noi ad avere il potere decisionale finale che influenza il numero di copie vendute e che di conseguenza attesta il livello di gradimento per segnare la via ma purtroppo ce ne siamo dimenticati.

      2. Asczor

        Sono d’accordissimo. Ricordo durante le mie medie e i primi anni di liceo commentare i giochi proprio A PARTIRE dalle recensioni sui vari GMC, TGM e via così. Da una parte c’era una sorta di appello all’autorità che non è mai buono, ma dall’altra c’era una fiducia e una cooperazione tra il lettore e la rivista che oggi, con internet e la polarizzazione delle opinioni tipica dei nostri tempi non è più possibile avere. Talmente tanti sono gli stimoli diversi a cui si è sottoposti che raramente si può trovare un punto di accordo complessivo, mentre se io penso al passato non mi viene in mente di aver mai sentito grandi polemiche sulle recensioni dei cartacei di quegli anni.
        Anche oggi c’è un appello all’autorità, ma è peggio ancora del passato: si rifà a figure di influencer più o meno spinti e spesso scarsamente competenti ma che parlano ex cathedra avendo come credibilità soltanto il numero dei loro iscritti – e questo non è sufficiente per giustificare un’opinione. In più, i prodotti non escono mai fatti e finiti, ma si dipanano attraverso mille release con alpha, beta, open beta, release buggate, patch, ripatch, dlc, aggiornamenti e così via al punto che spesso il gioco appena uscito non è che l’ombra del gioco finale due anni dopo. Attraverso una fruizione anticipata, che una volta si poteva riscontrare solo nei demo a ridosso dell’uscita del prodotto, le persone sono già portate a farsi un’idea di quello che sarà, e ciò contribuisce ulteriormente a quella questione di polarizzazione di cui parlavo prima.

      3. Plinious

        Basarsi unicamente sull’Ipse dixit non è una gran cosa ma, come hai detto tu stesso, era molto meglio quando il parere di riferimento era quello di un giornalista/recensore, comunque un professionista, rispetto allo youtuber/influencer di turno.
        Dici che le recensioni non erano criticate perchè all’epoca non leggevi i forum online delle riviste :D Altrimenti ricorderesti la shitstorm totale che ci fu all’uscita di Oblivion e al 9 assegnatogli da GMC.

        Il problema odierno non è che manchino le informazioni, anzi ce ne sono fin troppe e questo causa un sovraccarico cognitivo che paradossalmente porta le persone a impigrirsi. Oggi tantissimi utenti giocano allo stesso gioco per mesi e per informarsi usano i relativi gruppi facebook, dove spesso il 90% della roba che circola è spazzatura e inevitabilmente si finisce per incancrenirsi su certe posizioni invece di riflettere e confrontarsi con altre idee (esperimento sociale: prova a entrare in un qualsiasi gruppo facebook di un gioco e scrivere un post in cui critichi il titolo nella maniera più obiettiva possibile: dopo 10 minuti la discussione sarà totalmente degenerata).
        Come hai detto anche tu c’è una pericolosa polarizzazione delle opinioni. Tuttavia non sono troppo pessimista, perchè accanto a questo “movimento di polarizzazione” ci sono molti giocatori che spingono sempre più per un parere critico, informato e consapevole. Speriamo che da una sparuta nicchia questa si trasformi in una maggioranza, anche se in Italia non è facile.

      4. Plinious

        Non sono particolarmente d’accordo. Mi capita spesso di rileggere articoli di vecchie riviste cartacee: certo, c’erano sicuramente anteprime e recensioni che oggi definiremmo superficiali, ma il giudizio va contestualizzato rispetto ai tempi in cui venivano scritte, quando i videogiochi erano un medium molto più giovane. C’erano chiaramente degli articoli un po’ naive, ma anche fior fiore di speciali, editoriali e recensioni.

        Ma soprattutto, e questa è forse la cosa più importante, pur con tutti i loro difetti queste riviste trasmettevano un approccio culturale che ora si è in parte perso nel marasma della rete, tra titoloni clickbait, youtuber e presunti influencer che spesso parlano senza conoscere la materia (creando danni enormi). I portali di critica e approfondimento ci sono, ma fanno sistematicamente meno visite dei primi. Intendiamoci, non è colpa della rete, semplicemente il pubblico dei videogiochi si è enormemente allargato negli ultimi 10 anni e questo ha portato all’entrata nel mercato di una marea di gamer inconsapevoli e poco informati, che le software house sono ben contente di sfruttare per i loro fini.

        Non è un caso che oggigiorno sempre più spesso i giochi che hanno successo non sono in realtà giochi di qualità premiati dalla critica, ma prodotti “di tendenza” o con un marketing vincente alle spalle (da Clash Royale a PUBG).

  3. Wurde

    Bell’articolo come sempre, sono pienamente d’accordo con quanto detto su.
    Per rispondere alla domanda, una delle ultime volte che ho detto WOW! vedendo un gioco è stato all’uscita di Black Desert Online. Gioco bellissimo all’inizio (e tutt’ora), ma come si dice… Bene, ma non benissimo… Bel comparto grafico, belle meccaniche di gioco e di combattimento, ricchissimo a livello di gameplay… ma mi ha un po deluso a livello di PVE e Story-line… Con una buona Storia (in stile Wow per intenderci) poteva essere davvero Perfetto, e non è detto che un giorno non lo sarà… (ci spero sempre).

    Il secondo Wow (in realtà seguo il progetto da anni) lo avuto con Star Citizen l’altra sera nella live di 9 ore. Non parlo solo della presentazione con Chris Roberts alla fine, ma anche delle innovazioni presentate nel pomeriggio (il sistema di movimento dei personaggi rispetto agli ostacoli, o l’usare effetti grafici che di solito si usano nei Film). Anche io ci spero davvero che arrivi a essere completato, anche perché penso che abbia ben più potenzialità di un normale simulatore spaziale… Potrebbe addirittura riuscire a racchiudere più generi di gioco in un solo titolo e quindi allargarne anche l’utenza.

    Detto questo, continuate cosi, i vostri articoli sono sempre piacevoli e ottimi! Alla prossima!

  4. Spidersuit90

    Super mega ultra d’accordo. Ma i veri responabili in fondo sono i videogiocatori stessi. Se è vero che da un lato le SH cercano il guadagno facile proponendo sempre la solita solfa, dall’altro è anche vero che appena una SH storica propone qualcosa di troppo innovativo e audace viene subito abbattuto dalle critiche dei giocatori. Perchè diciamolo, quale persona sana di mente ogni anno compra il “nuovo” FIFA/PES? Perchè? Per la rotazione dei giocatori nelle squadre? Basterebbe creare un gioco di base e poi, con gli aggiornamenti, cambiarne i parametri dei giocatori, delle squadre ecc ecc… ma non si fanno così i soldi, quindi perchè creare un gioco “corretto” eticamente e videoludicamente parlando quando ci sono milioni di persone (che aimè mi tocca definire utonti) che OGNI ANNO comprano lo stesso prodotto col numerino più grande? Ci vorrebbe una sorta di rivoluzione, prima che nelle SH, nelle menti dei giocatori. Ci si dovrebbe ribellare a comprare FIFA17 e l’anno dopo FIFA18. Si dovrebbe smettere di comprare ogni anno l’ultimo COD, l’ultimo Battlefield e Battlefront, l’ultimo AC o Far Cry.
    SC è la dimostrazione che volere e potere. Già da ora sta rivoluzionando in tanti aspetti tanti altri VG (prima di SC ci potevamo scordare quasi del tutto viaggi seamless senza caricamenti, da interni ad esterni, da una location all’altra). Ha già indicato la via se ci si pensa. Tocca ai giocatori farsi convincere che quella è l’evoluzione corretta degli open world e dei vg in generale. Basta accontentarsi, basta credere che se ti dicono “non è tecnologicamente possibile ad oggi farlo” allora effettivamente è così, perchè SC sta dimostrando che NON è così. Che il gioco esca o meno ha già ampiamente dimostrato che le scuse delle SH non reggono più, che manca la volontà di investire in R&D, che manca la volontà di osare. Zelda, l’ultimo, NON ha rivoluzionato nulla se ci si pensa. Ha preso caratteristiche di altri giochi (le torri di AC, il combat system “stile” DS) e li ha implementati. Nulla di innovativo, per carità, ma ha STRAVOLTO una IP conclamata e “statica” come quella di Zelda e per questa è stata premiata con i vari 10 (esagerati perchè è ben lungi dall’essere perfetto, ma tanto è bastato per farlo ben volere da tutti). Quindi magari non si chiede alle SH di fare qualcosa di innovativo a tutti i costi, ma di cambiare in meglio, esplorare nuove possibilità. Son stufo degli FPS da cervello spento in cui tutto quello che devi fare e andare avanti a sparare e basta (parlo di Wolfstein che tutti hanno adorato ma che a me non ha detto nulla). Se HL2 rimane ad oggi, insieme ad Halo, il mio FPS preferito ci sarà un motivo… sono stanco delle semplificazioni e del declassamento di molti generi con cose che non ci azzeccano nulla ( AC Origins un RPG? Solo perchè ha un skill tree?). Son stufo del piattume più totale. Dio benedica gli indie developer che se pure non presentano grafiche eccelse almeno lato gameplay-storie fanno molto più che tante altre SH.
    Insomma, videogiocatori, svegliatevi!

    1. Plinious

      Non sarò sano di mente ma il nuovo FIFA l’ho comprato XD Pur con tutti i suoi difetti personalmente ha dei pregi che me lo fanno apprezzare, soprattutto nella modalità online. Certo, in un mondo perfetto uscirebbe un FIFA ogni tre anni e poi verrebbe aggiornato tramite patch.

      Come ho scritto dobbiamo pretendere di più e il modo migliore per farsi sentire dalle software house è con il portafoglio. Però secondo me la diversificazione è una cosa sacrosanta: è giusto che ci siano sparatutto “brainless” e muscolari come Wolfenstein, così come è giusto che ce ne siano di più ragionati e simulativi. Non c’è niente di male se un videogioco richiede di pensare poco, l’importante è che non siano tutti così.
      Capisco perfettamente il tuo punto di vista, ma personalmente non me la sento di dire che “la gente dovrebbe smettere di comprare Battlefield o Battlefront”. Se il prodotto è di qualità e mantiene quanto promesso, perchè il pubblico non dovrebbe acquistarlo? Chi siamo noi per dirlo?
      Per come la vedo io Star Citizen merita non tanto perchè richiede di ragionare, ma perchè mostra che un’altra realtà è possibile a livello di sviluppo e sperimentazione. Sperando ovviamente che finisca nel migliore dei modi!

      P.S: Assassin’s Creed Origins è un RPG non perchè ha uno skill tree, ma perchè ha un sistema di livelli e statistiche che ti porta a migliorare e diventare più potente a mano a mano che giochi, salendo di livello, acquisendo nuovi perk ed equipaggiamento sempre più potente. Nella sua essenza è un action RPG fatto e finito non diverso da Skyrim.

      1. Spidersuit90

        Condivido. Per la questione FIFA mi lamentavo di chi ne compra uno
        all’anno… idem la questione BF: non mi lamento di chi li compra, ma
        chi li compra ogni anno. Io l’ho fatto mio malgrado con BF 3, BF4 e BF1.
        Se mi avessero fatto capire che BF4 era un 3.5 avrei balzato il 3 e
        sarei andato di BF4 direttamente. Battlefront? Presi il primo, ma a sto
        giro passo il secondo, memore di quanto accaduto con i Battlefield.
        E
        ben vengano gli FPS ignoranti eh, non dico di no. Solo non trovo
        l’ultimo Wolfestein tutto sto gran prodotto come le recensioni invece
        adducono: è un FPS su binari, un poco caciarone e strafottente, ma nulla
        di assolutamente superlativo. Sarò diventato troppo pretenzioso io
        forse XD
        La questione AC/Skyrim: ecco, nessuno dei due lo considero un puro RPG. Per me RPG è Morrowind ad esempio, molto meno lo è Skyrim. Per me RPG vuol dire punti stats da spendere per incrementare i parametri del PG. Uno skill tree o delle perk per me sono una semplificazione del genere che dovrebbe trovare una propria dicitura. Ogni volta che sento RPG accostato a Skyrim e simili soffro immensamente XD

      2. Plinious

        Infatti sono action RPG. Certo, Skyrim non è Baldur’s Gate o Neverwinter Nights, però anche lì ci sono stats da spendere per incrementare i parametri del PG (poi che siano poche è un altro discorso… però ci sono).
        Alla fine se ci pensiamo anche WoW aveva gli skill tree, eppure era eccome un RPG (online).

        Comunque sono d’accordo che Wolfenstein non sia chissà che cosa, è un buon prodotto ma niente di assolutamente trascendentale.

        Invece per Battlefront farò il contrario: avendo sentito puzza di bruciato dopo la beta ho evitato il primo, mentre prenderò il 2 perchè mi convince di più sul lato dei contenuti e del supporto futuro (con DLC gratuiti e niente season pass).

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