CUPHEAD – RECENSIONE

CUPHEAD – RECENSIONE

Ci sono, a volte, i giochi che non ti aspetti. Ci sono, altre volte, i giochi che aspetti per anni. Li aspetti, li rinviano e li aspetti ancora. Ci sono poi giochi che, dopo attese lunghissime, finalmente arrivano e che spesso deludono l’enorme hype creatosi attorno, quasi fosse una nube tossica. Non è questo il caso di Cuphead, coloratissimo e divertentissimo sparatutto a scorrimento di cui Asczor ha già parlato nelle scorse settimane.

Cuphead è stato creato dalle menti di due fratelli, Jared e Chad Moldenhauer, che da soli compongono lo Studio MDHR. Disponibile su Xbox One e PC (via SteamGOG.com e Windows Store) al prezzo di 19,99€, noi lo abbiamo giocato (e finito!) e nelle prossime righe saprete cosa ne pensiamo.

 

 

Vendere l’anima al Diavolo

Partendo dal lore del gioco, troviamo due fratelli dalla testa a forma di tazzina di nome Cuphead e Mugman che, incuranti del pericolo e degli avvertimenti, si avventurano lontano dal sentiero e si imbattono in un lussuoso Casinò, gestito addirittura dal Diavolo in persona. I due inizieranno a vincere vagonate di soldi, come fossero baciati dalla dea bendata, finché il Diavolo gli offre un’ultima invitante scommessa: ancora un tiro di dadi e, se i due fratelli dovessero vincere ancora, otterranno tutti gli averi del suo Casinò, ma se invece dovessero perdere dovranno lasciare le proprie anime.

Cuphead, accecato dalle facili vittorie già conquistate, lancia subito i dadi ma Mugman aveva già capito che sotto c’era un tranello. I due fratelli sono così costretti a cedere le proprie anime, sotto forma di contratti, ma implorano pietà, una seconda chance di salvarsi. Il Diavolo, nemmeno troppo riluttante, concede loro una possibilità, dando un elenco di tutti coloro che gli sono debitori allo stesso modo e costringendo dunque le due tazzine al ruolo di esattori del Diavolo. È qui che inizia l’avventura, in una serie di livelli, divisi in tre mondi più un ultimo proprio all’interno del suddetto Casinò, che consistono per lo più in delle boss fight contro i tutti coloro che sono segnati sulla lista.

Per essere precisi, le tipologie di livelli sono tre: i livelli cosiddetti “run’n’gun” sono due per ognuno dei primi tre mondi, e sono di natura platform, a scorrimento, dove bisogna essenzialmente arrivare alla fine. In questi è possibile trovare delle monete, che potremo poi spendere nello shop per sbloccare upgrade di vario tipo. Le altre due tipologie sono solo di boss fight, una delle quali si svolge a bordo di aeroplanini, che cambiano le regole del gioco e le meccaniche di shooting e schivata.

 

Cuphead recensione

Una semplicità assolutamente disarmante

Il cuore pulsante di Cuphead è certamente il gameplay. Che si tratti di una boss fight o di un livello a scorrimento, le meccaniche sono pressocché le stesse: poche ed essenziali. La struttura di tutti i livelli è sempre in due dimensioni, nelle quali ci si può spostare liberamente a destra e a sinistra, saltando e abbassandosi all’occorrenza per evitare di essere colpiti, oppure per sfruttare eventuali piattaforme. Per poter accedere all’ultimo mondo è necessario aver raccolto tutti i contratti delle anime dei boss, cosa possibile soltanto affrontandoli nella difficoltà standard, mentre in easy sarà possibile solo sbloccare tutte e tre le prime isolette.

La difficoltà, su cui tanto si è dibattuto nelle scorse settimane, è dovuta semplicemente al fatto che si hanno a disposizione soltanto 3HP (4 se si utilizza il bonus apposito) e ogni livello è sempre molto lungo e lastricato di pericoli. Nei livelli run’n’gun è possibile, eventualmente, evitare di uccidere i nemici a schermo; diverso è invece il discorso dei boss, che siamo costretti ad eliminare.

Tutti questi livelli sono formati da un numero variabile di fasi, spesso molto diverse l’una dall’altra, da un minimo di tre ad un massimo di nove in una delle ultime sfide. Riuscire a superare tutte le fasi di un boss al primo tentativo è sì possibile, ma spesso improbabile. L’effetto sorpresa è ciò che maggiormente mette alla prova i giocatori, costringendoli anche a diversi game over prima di riuscire a padroneggiare tutte le varie fasi di un livello e riuscire a spuntarla, magari alla fine anche con un rotondo perfect. Bisogna essere molto attenti ai pattern dei nemici, estremamente vari, ai movimenti e all’utilizzo delle proprie risorse. Di base, Cuphead (così come Mugman, se giocaste in co-op, per ora limitata al locale) ha a disposizione un attacco standard, la schivata e un attacco potente, che può essere un’ultimate se usata al suo massimo potenziale.

 

Cuphead recensione

Andiamo con ordine: la schivata, senza dubbio la mossa più semplice, permette di effettuare un piccolo scatto premendo un tasto, anche se ci si trova a mezz’aria. Esiste inoltre un potenziamento che consente di essere invisibili e intargettabili nel mezzo del dash, teletrasportando di fatto la nostra tazzina dal punto A al punto B. Nei livelli aerei, il dash è sostituito da una forma rimpicciolita del nostro aeroplanino ma molto più agile, per districarsi velocemente tra situazioni complicate.

L’attacco base permette di sparare in varie direzioni a ripetizione ma varia a seconda della tipologia di potenziamento sbloccato, di cui è possibile equipaggiarne soltanto due prima di ogni livello e che possono essere alternati a piacimento. I colpi standard, ossia quelli azzurri, hanno una potenza di fuoco media e permettono di coprire tutto lo schermo ma ne esistono tante variabili che, ad esempio, aumentano la potenza riducendone la portata, o seguono il bersaglio più vicino, o creano un effetto boomerang rinunciando ad una porzione di danno. Tutti sono ben studiati e si adattano in modo differente ad ogni boss fight, differenziandosi solo nelle peculiarità ma mai in sbilanciamento. Il colpo potente, poi, ha effetti diversi proprio in base al tipo di sparo equipaggiato (che sarebbero troppi per essere elencati), mentre le finisher vere e proprie hanno uno slot a sé e possono essere sbloccate nel corso della storia. Queste sono soltanto tre: un attacco energetico orizzontale molto potente, l’invulnerabilità per pochi secondi oppure un fantasmino evocato che causa danni ai nemici svolazzando per poco tempo.

Ma come si utilizza la finisher anziché il semplice attacco potente? Premendo il tasto preposto solo quando tutte le carte da gioco, poste vicino agli HP in basso a sinistra, risultano piene. Queste si caricano lentamente infliggendo danni ma più rapidamente effettuando i parry, l’ultima meccanica rimasta da snocciolare. Di tanto in tanto è possibile vedere a schermo degli elementi rosa, solitamente proiettili degli attacchi nemici. Saltandoci su e ripremendo il tasto del salto col giusto tempismo è possibile assorbire il danno, effettuare un rimbalzo ed ottenere un boost nella carica delle carte della nostra finisher.

Esiste un potenziamento extra equipaggiabile, come già accennato, ma viene concesso un solo slot, come per la finisher, e sta al giocatore scegliere quale preferisce in base al modo di giocare o al livello da affrontare. Oltre al punto vita aggiuntivo o il teletrasporto al posto del dash, esiste anche un potenziamento che permette di fare i parry automatici, senza doversi preoccupare di premere nuovamente col giusto tempismo, e pochi altri, ma sono piccolezze che possono al più valorizzare il playstyle del giocatore senza mai ritenersi realmente indispensabili.

 

Cuphead recensione

Un tuffo nel passato

È giunto il momento di trattare il lato tecnico del gioco, partendo come al solito dalla grafica. Ebbene, Cuphead è assolutamente delizioso. Non c’è altro modo per definirlo. Il suo stile cartoonesco riporta immediatamente ai fasti degli anni ’30, alla nascita di Mickey Mouse, di Betty Boop, Popeye, i primissimi Looney Toons e via dicendo. Ogni elemento dello scenario, ogni boss, ogni animazione e ogni dettaglio è curato alla perfezione e niente è lasciato al caso. Pur trovandoci davanti a poco più di una ventina di livelli in tutto, in ogni fase è come se trovassimo un boss tutto nuovo (e in certi casi è addirittura così).

In totale ci troviamo davanti a circa un centinaio di boss fight uniche, variegate, divertenti, impegnative e mai banali. Ogni cosa è lì con una sua precisa identità e si integra alla perfezione nel contesto in cui si trova. Esistono sezioni un po’ più blande, altre estremamente caotiche o difficili, ma questo non rappresenta in alcun modo un difetto, poiché contribuisce a tenere un ritmo ben cadenzato e non monotono.

Il comparto audio è una chicca tanto quanto quello grafico, con cui si sposa alla perfezione restituendo un perfetto feeling d’altri tempi. Le musiche, per lo più jazz, riescono a scandire perfettamente il ritmo di cui parlavamo un attimo fa e non ci stupisce più di tanto che proprio per il sonoro sia stato coinvolto il maggior numero delle persone che hanno contribuito allo sviluppo totale del gioco. Spiace magari per la totale assenza del doppiaggio ma viene ben mascherato attraverso delle cutscenes in versione comic, con tanto di trafiletto scritto come se si trattasse di un libro di fiabe. A tal proposito non può che dispiacere la totale assenza di una localizzazione italiana, ma questa non pregiudica in alcun modo la fruizione del titolo, che riesce a comunicare sufficientemente già soltanto con le immagini, senza nemmeno troppo bisogno di soffermarsi a leggere le descrizioni e i dialoghi.

Per concludere sul lato tecnico, pur avendo riscontrato qualche piccolo bug, che talvolta ci ha costretto a ricominciare un livello o che, al contrario, ci ha regalato una vittoria quasi istantanea, ci ha particolarmente soddisfatti la tenuta del framerate, stabilmente sui 60fps senza problemi. Lascia un po’ di amaro in bocca l’assenza totale di una componente online, ormai assolutamente anacronistica, ma speriamo che la cosa possa risolversi in futuro, magari con una patch.

 

Cuphead recensione

 

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